Il 29 luglio è finalmente arrivato uno dei momenti più attesi dell’estate: l’inizio del campo animatori. Dopo aver condiviso con i nostri animati tre settimane di danze, giochi, risate e tanto tanto sudore, è giunto per noi animatori il momento di fare i bagagli (alcuni decisamente troppo grandi) e partire alla volta di Gubbio, Umbria.
Dopo una tappa a Mirabilandia che ci ha regalato divertimento a più non posso e altrettanta tachicardia (i più coraggiosi si sono avventurati nella casa degli orrori) siamo sbarcati in questa pittoresca e per nulla ventilata cittadina medievale altresì detta Gubbio, immaginando da subito che avrebbe conquistato i nostri cuori e che ci avrebbe fatti sudare un sacco.
Entrambe le ipotesi sono state confermate.
In questa settimana siamo stati accompagnati dalla figura di San Francesco d’Assisi (ma citiamo anche il grande Don Matteo, per i più acculturati), che ci ha aiutati a comprendere il valore della povertà, dell’essenzialità e del coraggio di cambiare vita per seguire la propria vocazione.
Gli animatori più grandi hanno preparato per noi diverse esperienze che ci potessero guidare alla scoperta di questo Santo e che traducessero i suoi insegnamenti in un linguaggio il più possibile vicino a noi.
Abbiamo così avuto l’occasione di incontrare le suore francescane di Gubbio, che ci hanno raccontato cosa significa vivere secondo i tre princìpi predicati da San Francesco: povertà, castità ed obbedienza. Uno stile di vita umile al servizio della comunità che ai miei occhi è apparso pieno di gioia. Abbiamo poi fatto visita alle clarisse, le monache di clausura di Assisi, che seguendo la figura di Santa Chiara vivono nel rispetto di regole molto rigide, all’insegna del silenzio e della preghiera. Ci siamo cimentati nell’agricoltura facendo servizio in una Comunità, portandoci a casa qualche irritazione, un chilo di terra sotto le scarpe e la grande soddisfazione che si prova dopo aver aiutato qualcuno, e abbiamo fatto due chiacchiere con gli eugubini (gli abitanti della città), che ci hanno raccontato quanto la presenza di San Francesco influenzi ancora oggi il loro paesino.
Come ad ogni campo che si rispetti non sono poi mancati i giochi di squadra (con la diretta conseguenza di cadute e lotte per la troppa competitività), gli scherzi spietati, le fughe notturne, le pistole d’acqua e, ovviamente, l’immancabile camminata. Temuta da molti, quando viene annunciata scatena il panico, ma ogni anno ci fa capire come la fatica sia necessaria a comprendere il valore delle cose. Quest’anno il cammino, tra pause-acqua, pause-paesaggio, pause-merenda e chi più ne ha più ne metta, ci ha condotti alla Basilica di Sant’Ubaldo. Qui, dopo una veglia al lume di candela che ci ha fatto sentire tutti più vicini, abbiamo trascorso la notte all’interno delle nostre tende.
Settimane come questa lasciano un segno. Un segno che sa di comunione, con gli altri ragazzi e con Dio, che sappiamo averci chiamati ad uno ad uno ad essere lì, in quel momento, in quel posto, proprio come San Francesco è stato chiamato a spogliarsi di tutto ciò che possedeva e seguire Dio, quel giorno del 1206, in quella piazza di Assisi. Da questa esperienza mi porto a casa l’invito a rendermi umile, come fece Francesco quando indossó il suo saio, metafora di semplicità e purezza, un simbolo che descrive bene questo campo animatori.
Ecco che un personaggio vissuto otto secoli prima di noi riesce ancora a parlarci, a coinvolgere noi giovani invitandoci a chiederci che cosa conta davvero nella nostra vita, e come possiamo diventare strumenti di pace per il mondo.
“Signore, fa di me uno strumento della tua pace”
San Francesco
Asia










